PsicologiaInRete.it

Sessualità

Sessualità

La sessualità è un argomento vastissimo, talmente articolato da rappresentare nella psicologia (e nella vita) quasi un campo a sé stante, pur essendo strettamente e indissolubilmente legato alla vita quotidiana e al nostro modo d'interpretarla. Che la si reprima, o che le si lasci libero sfogo, che la si veda come un male o come l'unico rimedio allo stress della vita la sessualità e il sesso sono motivi abituali di pensiero. Un rapporto sereno con la propria fisicità e la capacità di esprimere al partner emozioni e desideri stanno alla base di un rapporto fisico felice. Ma è nota la difficoltà che la nostra società ha nel parlare di “certi argomenti” in modo serio, e sincero. Così da questa reticenza possono originare problematiche ansiogene, che rovinano o impediscono un rapporto sessuale. Ma non solo, altra parte del mondo della sessualità è composto dalle perversioni (o parafilie, come oggi è più corretto definirle), la sessualità deviata che può essere fonte di indicibile sofferenza per gli altri (come nel caso di un abuso). Perché quando si parla di sessualità in senso compiuto (tralasciando dunque le pratiche onanistiche, che comunque fanno parte di questo mondo) si entra giocoforza nella questione della relazione tra individui, e l'argomento già vasto diviene sterminato. Così in questa sezione ci dedichiamo a quegli aspetti della sessualità che riteniamo essere meno conosciuti ma non per questo meno importanti.


Sexual Addiction

La “sexual addiction” (o dipendenza dal sesso) sta rapidamente divenendo un problema di grande rilevanza sociale. Questo tipo di comportamento ha grosse similitudini con altre dipendenze meglio riconosciute quali la dipendenza da alcool, droga o gioco d'azzardo. Anche se non si hanno ancora delle statistiche attendibili (e vista la reticenza a parlare di certi argomenti, forse mai le si avranno) si può considerare la dipendenza da sesso come una patologia che coinvolge un numero sempre crescente di individui. Fu il medico americano Patrick Carnes che nel 1970, per primo definì e tentò ti una linea di trattamento di questo disturbo. Il dottor Carnes descrisse questi pazienti come persone che, cercando sollievo dallo stress o dal dolore psichico nelle pratiche sessuali, finivano per divenirne dipendenti, al pari di come si diviene dipendenti, fumando crack o sniffando cocaina, perché la dipendenza dal sesso viene sviluppata anche a livello fisico neuronale.

Per diagnosticare una possibile condotta da sexual addiction viene proposta una lista di comportamenti che la identificano. A tutti, può però essere capitato di metterne in atto uno o più, ma questi diventano identificativi del disturbo quando si presentano come bisogni irrinunciabili, e ripetuti e per questo vanno a modificare la vita quotidiana della persona, sia nella sua sfera lavorativa che affettiva.
  • Masturbazione compulsiva accompagnata da immagini mentali sul sesso o durante la visione di materiale pornografico (o anche non pornografico, come un catalogo di costumi da bagno o biancheria intima).
  • Sesso compulsivo con prostitute (donne o travestiti), in strada o a casa.
  • Sesso anonimo con più partner, storie da una notte, con persone incontrate al bar o in discoteca dove non si costruisce nessun accenno di relazione con la persona.
  • Più relazioni sessuali tenute in piedi contemporaneamente.
  • Frequentazione assidua di strip bar, topless bar, night, sexy shop, etc.
  • Esibizionismo.
  • Voyerismo
  • Frotterismo e cioè palpeggiamenti inappropriati e frequenti, sfregamenti “accidentali” con altri individui. Qui rientrano anche le molestie sessuali sul posto di lavoro.
  • Episodi di violenza sessuale.
Esiste anche un test elaborato dal dottor Carnes il SEXUAL ADDICTION SCREENING TEST

Spesso le persone che arrivano in terapia lo fanno perché hanno problemi legati ad altre dipendenze. Così può capitare che venga curata solo la dipendenza da sostanze e tralasciando quella da sesso, così al diminuire della dipendenza da sostanze aumenta la sexual addiction. Il che porta ad una ricaduta anche nell'uso di sostanze. Molti dipendenti da sesso si accorgono solo in terapia di esserlo.

Quella riportata di seguito è una testimonianza reale di una donna affetta da Sexual addiction.

Ieri sera sono andata a una festa. Sono rientrata verso le tre e mi sono svegliata alle nove. Mi sento leggera, come su una nuvola perché ho superato di nuovo la prova. l'ennesima di una lunga serie di forche caudine che mi attendono al varco. Non posso ancora cantar vittoria, ma, ancora una volta, ho resistito. Non ho cercato qualcuno disponibile a lare amore con me. Ho ballato, conversato, riso e scherzato con quegli uomini e quelle donne, in gran parte sconosciuti, riuscendo a controllare l'impulso di sentirne l'odore, sentirne il calore, accarezzarne il corpo. Di possederli e farmi possedere. Ho iniziato la terapia psicologica circa otto mesi fa e, insperabilmente, adesso mi sento una donna nuova. Diversa. Senza quel maledetto senso di vergogna, vuoto e disperazione che mi accompagnava da circa tre anni, da quando ho iniziato a soffrire di "sexual addiction". Un'espressione inglese, anche piuttosto elegante, niente a che vedere con il termine più popolare di "ninfomane", negativo peraltro solo al femminile. La mia dipendenza, ironia della sorte, è emersa dopo aver passato l'intera adolescenza e tutti i vent'anni negando la mia sessualità. Sì, allora ero decisamente fobica. E iniziata casualmente e nel modo più banale. Dopo aver chiuso la storia con Massimo, mio compagno per tre anni, mi sentivo sola. Però non avevo voglia di uscire, di vedere gente. Avevo bisogno di rinchiudermi e crearmi una sorta di utero, un mondo ovattato e protettivo, dove ricompormi. II desiderio di comunicare era altrettanto forte. Navigando in internet, sono incappata in una chat erotica. Sono entrata, per curiosità. E dopo qualche giorno ero un'altra. lo che trovavo difficile toccare e farmi toccare e che mi imbarazzavo al pensiero di ménage à trois o pratiche fetish, mi sono lanciata nelle fantasie più sfrenate. Le scrivevo di getto a quegli sconosciuti, senza nessuna censura, senza alcuna mediazione, forte dell'anonimato e della possibilità, attraverso internet, di dissociarmi dalla realtà. Pian piano, quel ruolo usato in brevi momenti della mia giornata ha iniziato a espandersi, a invadere il mio tempo, i miei "altri" spazi. Il bisogno di sedermi davanti al computer, collegarmi, chattare e "darmi" senza riserve a uno o più sconosciuti ha preso il sopravvento su tutto, risucchiandomi occhi, mani e mente. Se ripenso a quel periodo, vedo me stessa come una comparsa di una commedia di Beckett. Passavo quasi tutta la notte davanti al computer, spesso nuda e masturbandomi. L'orgasmo? Difficile dire se l'ho mai provato, davvero. Quando, finalmente, riuscivo a spegnere lo schermo, mi sentivo vuota, avvilita. Dormivo qualche ora, poi di giorno andavo nel mio studio di architetto d'interni e affrontavo svogliata il lavoro. La sera, mi collegavo e ricominciavo. Ho deciso di oltrepassare la soglia. Perché non provare con Alberto63? Dopo qualche mese, il cybersex non mi bastava più. Ho deciso di oltrepassare la soglia, passare al contatto reale. L'occasione? La proposta di un uomo che on line si faceva chiamare Alberto63. Sembrava un tipo interessante, un quarantenne che nelle foto aveva un'aria un poco "torbida". Si proponeva come uomo capace di «un misto di rozzezza e dolcezza». Era quello che volevo. Di fatto, al nostro primo incontro mi chiese un rapporto orale, per giunta unilaterale. Era disgustoso ma non era quello il punto. Lo feci lo stesso e lo replicai ogni volta che ci incontravamo. Una, due, tre volte, non ricordo quante, esattamente. Tornavo a casa da quei monologhi e mi fumavo una sigaretta sprofondando nel mio letto, smisuratamente sola e divisa fra due sensazioni opposte: esaltazione per un bisogno mai soddisfatto e frustrazione emotiva.
Con Alberto durò una quindicina di giorni, durante i quali arrivai anche a illudermi che potesse nascere una storia. Ma non era che un palliativo mentale per dare una ragione qualunque a quello che mi stava succedendo: una dipendenza totale da quelle sensazioni e situazioni estreme che nel frattempo anestetizzavano la mia volontà e anche, paradossalmente, le mie zone erogene, o meglio la mia capacità di provare piacere.

Avevo costantemente bisogno di nuove "dosi". Iniziai a cercarle in altri uomini, in storie di sesso multiple e parallele. Uomini di età, formazione culturale e lavoro eterogenei. Ormai erotizzavo tutte le mie relazioni e non mi era difficile trovare persone disponibili a fare sesso. Non riesco più a ricordare i nomi, i volti, le tante situazioni in cui facevo sesso di gruppo o lesbico. Mi sentivo divisa in due: il mio corpo accettava, la mia mente rifiutava, Uno smembramento che cancellava il piacere - anche quando raggiungevo fisicamente L'orgasmo, non ne godevo mai appieno - e replicava all'infinito un sesso del tutto anonimo. Non mi era più possibile riprendere il controllo della mia anima e della mia mente. Dipendevo totalmente da quei rapporti come da una droga, da un anestetico. Ogni volta provavo un senso di umiliazione infinito. Ogni volta giuravo a me stessa che quella sarebbe stata l'ultima. Ma niente mi faceva desistere. Nemmeno il rischio di malattie trasmesse col sesso, al quale mi sono esposta in alcune occasioni con l'incoscienza di chi ha una totale disistima per se stesso. Il mio istinto di conservazione risvegliato da un microscopico virus Stavo rotolando giù per la china: trascuravo il lavoro, che iniziava a scarseggiare e a relegarmi in lunghe pause d'apatia. Annegavo sempre più spesso in un bicchiere di troppo. Soffrivo d'insonnia e ipotensione. Poi, la svolta. Un microscopico virus, I'herpes genitale, mi ha scossa. Ho avuto paura. Ho pensato che potevo avere già preso infezioni molto più gravi. Il mio istinto di conservazione sì è risvegliato e sono andata dal ginecologo. II dottore mi visitò, prescrisse una cura con un antivirale e mi spiegò che, una volta contratto, l'Herpes simplex tende alle recidive, soprattutto dopo stress di varia natura. Soprattutto, aggiunse che, come tutte le malattie trasmesse sessualmente, l'herpes aumenta il rischio di venire contagiati dall'Hiv. lo a quel rischio mi ero già esposta. E la paura diventò il pensiero fisso che mi fece trovare la forza di guardarmi dentro. Mi sottoposi al test e passai i giorni che mi separavano dal responso in ansia. L'impellenza di avere rapporti sessuali era sparita, o almeno sembrava assopita. Però continuavo a masturbarmi.
La cura? Astensione totale per tre mesi. Con l'aiuto di psicofarmaci
Arrivò l'esito, negativo. Fu come essere liberata con forza da una costrizione. Dopo il dolore dello strappo, arrivò la consapevolezza di dovermi rialzare - con la volontà di rialzarmi e con la forza di chiedere aiuto. Presi appuntamento con uno psicologo cognitivo-comportamentale, specializzato in problematiche sessuali. Feci un colloquio preliminare, poi mi sottoposi al Sexual addiction screening test. Lo psicologo propose una terapia individuale dalla quale sarei poi passata a quella di gruppo.

Intanto, dovevo iniziare subito la cura principale: astensione dal sesso, masturbazione inclusa, per almeno tre mesi. Per dimostrare a me stessa di poter vivere anche senza. Al di là di qualsiasi aspettativa, ci riuscii in circa un mese, anche se con enorme sacrificio. Mi hanno aiutata anche gli psicofarmaci, prescritti proprio per mantenere alto il tono dell'umore e fornirmi di maggiori risorse per gestire lo stimolo sessuale. All'inizio trovai le sedute individuali piuttosto noiose e inconcludenti. In realtà, opponevo una strenua resistenza all'idea di esporre al terapeuta la mia intimità mentale proprio quando si sollevava il coperchio della mia vita sessuale, quasi casta dall'adolescenza alla soglia dei trent'anni. Il primo bacio fu a diciannove, il primo rapporto sessuale completo a ventitré, consumato come una sorta di liberazione da un'onta - e con un uomo molto più vecchio. Avrei scoperto più tardi ì motivi di tanta negazione. Un classico: madre iperprotettiva, padre autoritario e collerico, educazione rigida e repressiva. Una carica aggressiva, quella di mio padre, che scoppiò contro di me in un'unica, fatale circostanza: quando intercettò una lettera di un mio compagno di classe. Non avevo ancora tredici anni, era il mio primo innamoramento, assolutamente platonico. Lesse quelle righe, ne travisò il significato. Scoppiò in un'ira furibonda, mi disse che l'avrebbe picchiato. Non accadde mai, fortunatamente. Ma io, da quel momento, iniziai ad associare il rapporto con gli uomini, la mia affettività e sessualità, a qualcosa che induce violenza. Qualcosa da nascondere e negare. L'ho repressa in repressa in modo ambivalente, la mia sessualità: prima con lunghe astinenze, poi non la dipendenza. Che in me si equivalevano.

Da 5 mesi il mio periodo di castità terapeutica è finito. Non ho ancora ricominciato a fare l'amore, Il terapeuta dice che è un segnale positivo ma che potrò ritenermi davvero guarita solo quando saprò avere una vita sessuale senza ossessioni. Quando saprò evitare l'altalena fra troppo e nessun controllo. Ho già iniziato la terapia di gruppo e mi trovo bene. Cammino a testa alta fuori da un incubo. Come non accadeva da tanto tempo.


Testimonianza raccolta da Claudia Bortolato
Pubblicata su "D" supplemento a Repubblica del 10 Luglio 2006
torna all'inizio


La Sessualità nei Disabili

Scrive Galimberti: “il corpo è lo sfondo di tutti gli eventi psichici”. Parlare di sessualità senza parlare di corpo inteso come fisico, come rappresentazione concreta, tangibile del nostro essere è impossibile. Noi siamo delimitati dalla nostra fisicità, in un continuo incessante scambio di informazioni, sensazioni, emozioni con l'esterno, con gli altri. Un antico adagio indiano recita pressapoco così “Se vuoi conoscere i tuoi pensieri di ieri osserva il tuo corpo oggi Se vuoi sapere come sarai domani osserva i tuoi pensieri di oggi”. Il rapporto tra psiche e soma è da sempre al centro di riflessioni filosofiche, la psicoanalisi nasce come cura dell'isteria, una forma di malattia nervosa senza substrato organico che presentava però, nelle sue forme più gravi, reali menomazioni di tipo fisico. Se si vuole allora parlare della sessualità delle persone disabili bisogna farlo partendo da presupposti simili ma diversi da quelli che useremmo parlando della sessualità di una persona “normale”. Simili perché le esigenze di chi, per un qualunque motivo si trova costretto nella situazione di non potersi muovere, sono esattamente le stesse di chiunque altro. Diverse perché diverso è il suo fisico. Così capita a volte che il corpo della persona disabile venga percepito da chi lo cura (quando questo non è autosufficiente) come un corpo incompleto, che non è maturato, che non è riuscito a sganciarsi del bisogno dell'accudimento materno, e che quindi non può essere esplicitamente sessuale. Le esigenze primordiali di cura (essere lavato, vestito, magari truccato) lo avvicinano più al corpo di un neonato che a quello di un uomo o di una donna. Ma così naturalmente non è (e la meravigliosa testimonianza riportata di seguito sta a dimostrarlo).

Ero bella. Ero magra. Ero alta. Insomma, ero molto più che desiderabile: ero uno schianto. A 14 anni (ora ne ho 28) per la strade di Milano, dove sono nata e dove vivo, facevo voltare un sacco di ragazzi. Mi piaceva un casino vederli turbati dalla mia bellezza (be', mi piace anche adesso) e non capivo perché mia madre fosse scesa in piazza, negli anni `70, a fare cortei anzi-maschio. A me i maschi, lo ammetto, piacciono parecchio (soprattutto se bruni, mediterranei e con un bel sorriso). Mamma, molto cattolica, era preoccupata di questa mia, diciamo così, predisposizione a sedurre. «Le tentazioni non si annunciano», era il suo mantra. Traduzione: non è che uno ti avverta prima di stuprarti e soprattutto non aspetta determinate ore del giorno o della notte per attentare alle tue virtù. All'erta, bisogna stare sempre all'erta (secondo lei). Peccato che neanche i pericoli ti diano un pre-allarme, un sintomo, un presagio. Succedono, e basta. Quel Ferragosto dell'82, sulla riviera romagnola, non c'era neanche un segno piccolo così a farmi venire il dubbio che la mia vita sarebbe cambiata definitivamente. Siccome studiavo danza classica. ho fatto un tuffo stile Lago dei Cigni. Su uno scivolo, con la testa all'ingiù. Ok, volevo esibirmi davanti ai ragazzi più grandi per far fare brutta figura a quelle meno agili e flessuose di me: non è una punizione eccessiva per la vanità? La quinta e la sesta vertebra cervicali sono andate in frantumi. I frantumi si sono conficcati nel midollo spinale. Risultato? Mi sono risvegliata dopo un po' mentre un'infermiera mi conficcava un grosso ago nella coscia chiedendomi se sentivo qualcosa. Non sentivo niente. Ero paralizzata dalla vita in giù. E lo sarei rimasta per sempre, malgrado una quantità di operazioni di cui ho perso il conto. Come paraplegica, non sono stata neanche troppo sfortunata. Mi è rimasta la sensibilità nelle mani, ma ho perduto la capacità di presa: non riesco a vestirmi da sola, o a farmi il bagno. Non sono indipendente, e questa è la cosa che mi fa più arrabbiare. È andata così: niente e nessuno si era annunciato. Col tempo ci fai l'abitudine. Certo, si fosse rotta una vertebra più su, non avrei neanche mosso un braccio. Ma se si fosse rotta una più giù, potrei truccarmi e mettermi da sola le cose che mi piacciono tanto (minigonne e camicette aderenti). Mamma, con quel suo gusto da suora oblata, all'inizio non voleva seguire le mie istruzioni. Adesso c'è Mauro che sta provando a pasticciare con matite e ombretti: lui che mi fa da visagista, così serio e composto (fa l'assistente sociale) è una scena che m fa sorridere davvero. E perlomeno, mi mette di buonumore. Perché io ci tengo, al mio look. Anche se rimango in casa, capelli e abiti devono essere perfetti. È importante per me, per la mia autostima. Il fatto è che, quando ti succede una cosa così a 14 anni, hai delle reazioni che a un adulto possono sembrare strane. Magari irragionevoli, o ingenue. Una volta che mi sono rassegnata alla mia totale (o quasi) immobilità e sono riuscita a non cadere nel pozzo nero della depressione (gli psicologi mi hanno aiutato moltissimo, e di questo sono molto grata) la mia ossessione è stata: cosa succederà, se succederà, quando farò l'amore per la prima volta? L'avevo sognato per tutta la mia (breve) vita e adesso forse c'era la possibilità che non sarebbe mai successo. Facevo voltare ancora i maschi, ma dall'altra parte: percepivo il loro imbarazzo. Se mi guardavano, anche per pochi secondi, era ancora peggio: nel loro sguardo leggevi «poverina, guarda cos'è successo a questa bella ragazza», mica percepivi «caspita, quanto la desidero». Fino ad allora avevo baciato tre ragazzi, e poi era finita sapevo di avere tutta la vita davanti per spassarmela alla grande. E invece. Capisco che possa suonare assurdo, ma quello che più mi preoccupava era proprio questo: vedere sfumare sia il mio fascino sia la mia capacità di attrazione. No, la mia priorità non era domandarmi come avrei fatto da sola per il resto dei miei giorni, ma come avrei fatto ad attirarli nella mia nuova (e non comoda) situazione. Ringrazio i miei genitori che non sono mai stati pietistici, ma hanno sempre preferito agire: dal ginecologo dove mi ha portato mamma ho imparato che raggiungere l'orgasmo, per una donna con il midollo spinale lesionato, non è impossibile, perché alcune terminazioni nervose possono rimanere attive. Le mie lo erano. Non del tutto, ovviamente. Però si trattava di essere dotati di una buonissima dose d'immaginazione. E di un uomo molto paziente che non si stancasse di stimolarmi. Fisicamente e mentalmente. Ho deciso, facendo diventare livido l'unico dito ancora abbastanza "in forma" (l'indice della mano sinistra) di mettermi in piazza. Una piazza virtuale, internet. Con una webcam e una connessione veloce ho chattato con ragazzi di tutto il mondo: a tutti dicevo immediatamente che ero paralizzata e se questo poteva costituire un problema, per loro. Per molti lo era. Ma per moltissimi no. Soprattutto gli stranieri. Finché, una sera, si è aperta una finestra (sullo schermo) di uno che aveva come nick "Zero-Hero". «Complimenti per il coraggio», è apparso nella finestra. «Vorrei ricambiarli, ma visto il tuo nick, non mi sembra il caso», ho digitato. Poi lui ha scritto: «Credo sia molto più difficile ricevere attenzioni e cure, piuttosto che darle», e io l'ho amato in un clic. Era Mauro. L'ho scoperto tre mesi dopo. Novanta giorni di ghignate, chiacchierate via pc, e sì: anche telefonate hard. Parecchio hard. Tanto che quando è arrivato a Milano (lui è di Vicenza), da un lato ci sembrava di conoscerci da sempre, dall'altro ci vergognavamo un po' per le cose che ci eravamo sussurrati al cellulare. Però poi abbiamo recuperato. Eccome. Lui ha avuto molta pazienza, ma neanche io me la sono cavata così male, considerato che “non sei bruno, non sei mediterraneo e hai pure i denti un po' gialli”, come gli dico sempre scherzando. Quando mi ha fatto godere per la prima volta, credevo di volare. Anzi, di ritornare a camminare, a correre. E quello che era più importante è che stavo raggiungendo il settimo cielo tramite lui. Il suo corpo. Dopo cinque anni e un trasloco in mezzo, oggi non ci siamo per niente stancati di esercitarci quanto a creatività sessuale: però sarei una bugiarda se non consigliassi a chi è paraplegica come me di frequentare il più possibile i migliori fisioterapisti. E aggiungo: non perdere mai il rispetto per tutto ciò che appartiene di diritto a una ragazza e che nessuno stupido incidente ha il diritto di eliminare. I flirt, i bei vestiti, le borse alla moda, la voglia di piacere e piacersi. A chi pronuncia la parola "handicap" entro sei metri dalla mia sedia d'acciaio, chiedo se stia parlando di golf. Stamattina mi sono fatta vestire con cura. Che ne pensi dei miei short? Sì, non ditemelo: sono bella, sono magra, sono alta. Sono davvero uno schianto di ragazza.

Testimonianza raccolta da Antonio Mancinelli
Pubblicata sul mensile Marie Claire luglio 2006
torna all'inizio